Lui & Lei
Valeria pt.3: Valeria vs. Marisol
30.09.2025 |
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"Ma quella frase, mista un po’ all’eccitazione e un po’ allo sfinimento, mi diede un’altra scossa..."
Il respiro di Marisól, pesante e affannato a un solo centimetro dalle mie labbra, incentivava il caos nella mia testa. E lei: “Sei un disastro, capo. Ti sento di nuovo bello in tiro. Lo so che ti faccio questo effetto, Capo. Lo so. Perché stai così solo per me, giusto? Ti manco così tanto? Anche tu mi manchi da impazzire, capo, sai?”.
La sua mano già scorreva sulla mia camicia in direzione della cintura. Lenta ma implacabile. “Capo, tu mi hai insegnato tutto sul sesso e, come ricompensa per avermi regalato tante meravigliose scopate della mia vita, solo per stasera ti aiuterò. Facciamo che ti calmo e poi via. Ma avremo solo 5 minuti perché esco con Luca e non voglio fare tardi. Ok? E poi mi riaccompagni a casa”.
Era decisa. Convinta di quel che diceva e di quel che voleva. Non mi aveva mai impartito ordini e comandi, nemmeno nelle situazioni più ardue. Poi continuò: “E non fare lo stronzo con me, chiaro?”. Il suo tono era un misto di seduzione e minaccia, mentre i suoi occhi brillavano di una luce pericolosa.
Mi prese la mano e la guidò sul suo fianco, ma c’era qualcosa di diverso nel suo tocco: un’urgenza, una sfida. Era come se volesse reclamarmi da Valeria. Era come se volesse far valere la sua posizione privilegiata. Ero suo. E dovevo essere solo suo. Mi ero intrappolato da solo. Addio buoni propositi e speranze di fare il bravo.
Valeria mi aveva trascinato in un vortice di desiderio, ma Marisól, con la sua costante presenza e il fatto che sapeva tutto, stava alzando nuovamente la posta in palio. Il telefono vibrò di nuovo nella mia mano e arrivò un altro messaggio di Valeria, forse un’altra provocazione che avrebbe mandato in frantumi quel poco di controllo che mi restava.
E mentre Marisól mi fissava con quegli occhietti che mi facevano bollire il sangue, sapevo che il gioco stava per diventare pericoloso. Molto pericoloso. Le mie difese erano basse. Avevo paura di dire qualsiasi cosa. Ero terrorizzato dall’idea che qualsiasi cosa avrei detto o fatto in quel momento sarebbe comunque stata quella sbagliata.
Marisól però, mi ricordo, era non solo una gran fica, ma anche il mio angelo custode, la mia migliore amica, la mia complice. Venne in mio soccorso. “Capo, ora è il mio momento. Posa sto cazzo di cellulare. Ti ho detto che ho fretta e ogni istante che passa è un istante in meno con me. Ora, sei solo mio”.
Mi tolse il telefono dalle mani e lo posò distante, come a voler stabilire un confine. Poi, decisa, mi infilò direttamente una mano nei pantaloni e quasi balzò: “Una cosa buona la fa sicuramente quella ragazza, Capo. Ho notato che da qualche giorno sei sempre in tiro. Però una bestia così, per me, l’ho vista poche volte. La tua nocciolina,” disse sogghignando e prendendomi in giro, “ti ha scopato il cervello. Ma se l’effetto è questo, ben venga. Lei scalda la brace ed io mi pappo la carne”.
Agguantando il mio cazzone quasi in modo violento, aggiunse: “Da ora in poi mi prenderò io nuovamente cura di te”. E avvicinò la sua bocca amica alla mia cappella violacea. “Una pompa e a nanna, capo. Ok?”.
La mia risposta fu semplice: “Appena mi avrai fatto venire, scappiamo a casa”. Nel frattempo, mi aveva già spinto contro il banco e si era inginocchiata davanti a me. La gestualità con cui si era acciuffata e legata i capelli mi ha sempre mandato in estasi.
Con una mano andava su e giù. Lo scappellava, lo girava, lo leccava tutto e, con la sua bocca golosa, cercava a fatica di prenderlo tutto. Quasi rabbiosa, cercava di ottenere reazioni. Appena vide che non facevo tante smorfie, dopo pochi minuti: “Vaffanculo, Capo. Mi sa che non verrai per ora e io non voglio sprecare questa meraviglia”.
Si sfilò il leggings e il perizoma fradicio in un solo colpo. E io, riprendendomi dall’eterna distrazione: “Ora tocca a me!”. Non ebbe nemmeno il tempo di rialzarsi che la sollevai dalle gambe, prendendola in grembo, ed entrai dentro la sua fradicia figa con un colpo secco e deciso. Tutto dentro di lei fino alle palle.
Strabuzzò un attimo gli occhi e poi emise un urlo sguaiato: “Uuuuuuhhhh, cazzo!”. La tirai su, tenendola per le cosce, sospesa per aria. L’unico appiglio che aveva ero io dentro di lei. La scopavo con una foga pazzesca. In quel momento volevo solo distruggere la sua figa a colpi di cazzo e togliermi Valeria dalla testa.
Il ciak ciak dei suoi umori e il suono ripetuto di me che sbattevo contro il suo bacino erano il sottofondo dei sogni erotici di ogni uomo etero. Sospesa per aria, si contorceva e gemeva, urlava e lacrimava mentre mi guardava con la faccia sfigurata dal mascara sciolto.
La tenevo in braccio e la penetravo forte, con la paura di cadere senza che potesse poggiarsi da nessuna parte. Io ero l’unico supporto. Ero una furia, e lei, abbracciandosi forte e affondando le unghie nella mia schiena, ebbe uno squirt pazzesco urlando: “Oddio. Sto volando, capo. Sto volando… AAAAAAAAAHHH!”.
Io invece continuavo a pompare assatanato senza sosta, mentre le sue gambe tremavano, il trucco continuava a sciogliersi e i nostri corpi si fondevano l’un l’altro. Appena riprese il fiato, mi guardò con uno sguardo tenero ma allo stesso tempo voglioso e sfidante. “Stai pensando a lei, vero? Tranquillo, capo. Se è questo l’effetto che ti fa pensare a quella ragazzina, puoi chiamarmi Valeria quando mi scopi. Ma devi scopare solo e solamente con me. Promettimelo”.
Le sue parole furono una frustata al mio cazzo, e accelerai i colpi ancora di più. “Tu sei la sola, Marisól. La sola!”. E mentre le righe del mascara sciolto rigavano le sue guance, sembrava stesse piangendo e godendo insieme. Ma iniziò nuovamente a gemere e si lasciò andare all’indietro con la schiena, tenendosi a me con le unghie nelle mie braccia.
Era aperta in modo osceno mentre io la sfondavo come un treno in corsa. Poi un colpo di spada che mi trafisse: “Ti amo, capo. Ti amo davvero. Da sempre. Voglio essere l’unica. Io devo essere l’unica”. Avevo capito benissimo ma non riuscivo a essere lucido né a fermarmi. Soprattutto non riuscivo a rispondere.
Ma quella frase, mista un po’ all’eccitazione e un po’ allo sfinimento, mi diede un’altra scossa. Rallentando, iniziai a dare dei colpi lenti e profondissimi. La guardavo con uno sguardo quasi vuoto ed avevo stampata in faccia una risatina isterica, quasi maniacale. Il mio pube sfondava il suo clitoride gonfio e paonazzo. Le mie palle sbattevano sul suo culo.
Era un meraviglioso mix di sesso, amore e passione. Quattro o cinque colpi ben assestati e il suo nuovo orgasmo mi misero K.O. Lei venne urlando e io la inondai come un fiume. Fluidi, schizzi. Gemiti. Che scopata…
Poi un attimo di silenzio assordante interrotto da un suono: “Oh, cazzo. Il telefono”.
Fine Parte 3 – Cosa succederà ora? Commenta se vuoi la Parte 3!
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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